Sul set con un DOP: intervista a Gherardo Gossi
Durante le riprese del cortometraggio realizzato da allieve e allievi del biennio, La fine della fine, abbiamo collaborato con Gherardo Gossi, direttore della fotografia che ne ha curato la cinematografia, nonché docente del corso biennale in Accademia Epica.
Ci abbiamo parlato per approfondire il ruolo del DOP su un set e scoprire come si arriva ad essere uno dei professionisti più capaci e noti del settore cinematografico italiano contemporaneo.
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Chi sei, cosa fai e qual è il tuo ruolo sul set?
Io curo la fotografia del film: sul set organizzo insieme al regista le riprese e mi occupo dell’illuminazione e delle inquadrature.
In questo caso seguo la parte visiva del cortometraggio [ndr. “La fine della fine” ] che stiamo realizzando con la regia di Matteo Fresi.
Qual è la condizione ideale per svolgerlo al meglio?
Io credo molto nel lavoro di gruppo.
Ricevere stimoli, indicazioni e suggerimenti, oltre che dal regista anche dai collaboratori di tutti i reparti, riesce a far crescere e migliorare il progetto.
Ti ricordi qual è stato il tuo primo set? Come avevi trovato il lavoro?
Il mio primo set importante che ricordo è un cortometraggio che si intitola “Vita spericolata” che ha partecipato al Festival Cinema Giovani. È stata la prima esperienza dove io curavo la fotografia, la regia era di Alessandro Baricco e Lucia Moisio ed è stato prodotto da noi.
Com’era il caporeparto con cui hai lavorato la prima volta?
Io sono un allievo di Claudio Meloni che è stato un direttore della fotografia importante a Torino e in Italia. È stato l’uomo che mi ha aiutato a riordinare le idee sul mestiere e a costruirmi uno sguardo sul futuro. Era un uomo simpatico, con una grande tecnica ed esperienza, che mi ha aiutato a riorganizzare quello che fino all’epoca in cui ho lavorato con lui avevo appreso dalle riviste, dalle mie esperienze in televisione e dai lavoretti fatti con gli amici a scuola.
Cosa avresti voluto che ti dicesse e cosa ti ha detto che ti è servito poi durante tutta la tua carriera?
Tutto quello che lui diceva io ho cercato di assorbirlo: gli insegnamenti di carattere umano, il modo di relazionarsi e le nozioni di tipo tecnico. E poi tutta la sua esperienza in qualche modo mi ha aiutato a crescere e affrontare il mio lavoro in modo da passare dalla dimensione amatoriale a quella professionale.
Perché fai questo mestiere?
Sin da ragazzo ho avuto la passione per l’immagine e per la fotografia. Io sono cresciuto negli anni Settanta, anni in cui la creatività ci ha aiutato ad uscire da una città che all’epoca era per lo più industriale. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che mi lasciasse libero di scegliere il mio destino, così ho coniugato la passione per la fotografia con la passione per il cinema finché nel tempo sono arrivato a fare grossi film e a lavorare in grosse produzioni.
Il momento più bello di un set?
Quando vedi tutto il lavoro di preparazione e di progettazione realizzarsi.
Prima ci sono parole, pensieri, sogni, confronti con gli altri partecipanti, e vedere realizzarsi un sogno di gruppo credo sia una delle più grandi emozioni di questo mestiere. Oltre alle relazioni umane che ci permettono di lavorare e di relazionarci con mondi completamente diversi da quelli a cui siamo abituati nel quotidiano.
Set ideale di giorno o di notte?
Di notte c’è la possibilità di costruire e gestire la luce quindi per certi versi può sembrare quello ideale, ma anche le battaglie con la luce naturale mi danno grande soddisfazione perché richiedono delle attenzioni diverse. Io sono innamorato della luce, di come si muove, di come si comporta e quindi è interessante sia costruirla direttamente che cercare di renderla utile alla narrazione.
Buona la prima o tanti ciak?
La spontaneità che si riesce a raggiungere nei primi ciak è quasi sempre quella che riesce a restituire di più le emozioni del film. Le sporcature e le incertezze sono quelle che rendono poi unico il progetto. Credo che le ripetizioni e la ricerca minuziosa facciano diventare tutto troppo meccanico, e il tempo mi insegna che spesso si va alla ricerca di qualcosa che alla fine non viene scelto al montaggio. Dipende sempre da quello che la preparazione ci ha permesso, e del lavoro, soprattutto del regista, con gli attori.
L’oggetto che non ti dimentichi mai di portare con te sul set?
Ho un orologio che mi accompagna da quando ho iniziato a lavorare, poi l’esposimetro quando faccio i film in pellicola e il vetrino di contrasto per quanto riguarda la tecnica.
Foto di copertina di Alberto Nidola